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lunedì 21 marzo 2016

ANTICO MIQWÉ DI NAPOLI


Napoli è la città dai mille tesori nascosti, luoghi storici coperti dall’oblio dei secoli, scrigno meraviglioso d’arte e cultura che, attraverso l’analisi e lo studio delle antiche pietre dei suoi edifici, racconta un vissuto lontano nel tempo. La città è stata un intreccio di culture: greca, romana, spagnola, francese; ed è sorprendente identificare tra esse anche quella ebraica, che ha avuto un’incidenza culturale di tutto rilievo.
La costituzione di una comunità ebraica risale al primo secolo e. v. e la sua presenza si mantenne costante fino all’espulsione degli ebrei, avvenuta il 31 ottobre del 1541. Una presenza ben strutturata e radicata sul territorio, con intere strade abitate da una fitta popolazione ebraica. Quando nel 1541 gli ebrei di Napoli abbandonarono la città ogni traccia della loro presenza fu cancellata: i luoghi di culto (sinagoga) le case di studio (bet hamidrash) e i bagni rituali (miqwé) tutto irrimediabilmente scomparve dalla memoria storica, non lasciando alcuna traccia della loro millenaria presenza. Per mezzo millennio l’esistenza di questi luoghi è stata dimenticata.
 Anni orsono, giovane studente universitario, attraverso una ricerca sul campo riuscii a ritrovare alcuni di questi luoghi. Una delle scoperte più sorprendenti ed emozionanti fu la localizzazione del vecchio miqwé. Certo gli esercenti del locale denominato “Caffè letterario di Porta Nova”, ai piedi delle rampe di S. Marcellino, non potevano immaginare che anticamente il loro locale fosse il miqwé della comunità ebraica.
Nel 1153, l’ebreo Ahchisamac, figlio di Marie Et Munde, acquistò dalle monache di S. Marcellino una Cripta antiqua accanto alla sinagoga piccola (tuttora esistente e adibita a chiesa) nella quale, grazie alla presenza di una fonte di acqua sorgiva fu istituito un bagno rituale. Successivamente il locale divenne di proprietà di 3 fratelli, Abramo, Gaudio e Scolo, figli di Mele Sacerdote e di Regina, che nel 1282 ne concessero l’uso anche alle monache di S. Marcellino. Il locale soprastante la cripta, oggi fronte strada, quello che attualmente è il caffè letterario, un tempo era una scuola. Attualmente l’accesso al miqwé si trova sul prospetto laterale dell’edificio, da dove una stretta scalinata in tufo porta ai locali sottostanti. Il miqwé di Napoli si presenta ai visitatori come un ambiente rettangolare diviso in due sezioni da un arco di tufo. La prima era utilizzata dalle donne per prepararsi al bagno; era presente la Balamit, donna addetta alla sorveglianza, la quale controllava che le bagnanti, nude e senza alcun ornamento, adempissero lo scrupoloso rito della tevilah, immersione. Sicuramente dei gradini permettevano il passaggio alla seconda sezione del locale aldilà dell’arco, in quanto la sala anticamente doveva trovarsi ad un livello più basso dell’attuale, per essere successivamente riempita con i materiali di risulta provenienti dall’abbattimento degli edifici adiacenti alla piazza di Porta Nova durante i lavori di risanamento. Tutto questo non ci permette di comprendere se l’antico miqwé di Napoli consistesse in una grande vasca rettangolare o se invece fossero presenti diverse vasche singole come il miqwé ritrovato a Siracusa. Solo dei lavori di scavo potrebbero permetterci di conoscerne la struttura originaria.
 I motivi che spingevano le comunità ebraiche a creare i miqwaoth erano esclusivamente religiosi; l’acqua del miqwé doveva essere obbligatoriamente acqua viva, cioè in grado di affluire e defluire naturalmente e la presenza di una fonte d’acqua sorgiva permetteva ciò. La sorgente, tutt’oggi presente, costringe i locatari dell’immobile a mettere in funzione periodicamente una pompa. Sicuramente l’acqua della sorgente non era sufficiente ad alimentare l’enorme vasca o le numerose piccole vasche, questo si evince dalla presenza di un condotto d’acqua piovana ancora esistente sulla parete della sala, che convogliava all’interno l’acqua dal tetto dell’edificio. Simile sistema è stato da me rilevato anche nel piccolo miqwé presente nella sinagoga grande, l’attuale chiesa di S. Caterina Spina Corona, ubicata nella stessa giudecca. Chiunque, incuriosito, voglia visitare questa testimonianza di storia ebraica non dovrà fare altro che recarsi al “Caffè letterario di Porta Nova” alle spalle di corso Umberto I, nei pressi dell’Università Centrale.
Ciro Moses D’Avino



 

CHANNUKKAH A NAPOLI, 13 dicembre 2015


La celebrazione di Channukkah, festa della luce, vede la sua conclusione con l’ottava accensione, quest’anno il 13 dicembre, che la Comunità Ebraica di Napoli ha deciso di effettuare pubblicamente in Piazza dei Martiri.
Durante la giornata il Rabbino Capo Umberto Piperno e il Maskil Ariel Finzi hanno impartito lezioni ai membri più giovani della comunità, mettendo in evidenza il significato della festa e coinvolgendo i bambini in attività di gruppo. Successivamente tutti insieme, ma in primis i più piccoli, abbiamo collaborato alla preparazione dei cibi tipici della festa, sufganioth e latkes, in un clima familiare di grande allegria.
La splendida Channukkyah, collocata nell’elegante piazza considerata il salotto della città, è stata realizzata in occasione del bar mitzvah del giovane Daniel Fiorenza, avvenuto quest’anno. È grazie al contributo della famiglia Fiorenza Curiel e di alcuni iscritti se la comunità ha potuto esibire un candelabro di così grande bellezza. Il manufatto è stato realizzato da un artigiano napoletano, Domenico Moxedano, che si è dimostrato artista di rara bravura. La channukkyah, alta 2 metri, rispecchia la menorah che era presente nel tempio di Gerusalemme, ma nella sua forma semplice ed elegante racchiude un messaggio nascosto: volutamente lo shammash non si diversifica dalle altre luci, in quanto si vuole affermare la non differenza tra i vari modi di appartenenza al popolo ebraico. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che noi ebrei siamo tutti uguali, figli della stessa fiamma, come le luci della channukkyah.
Nello scenario della piazza cittadina, la presenza del candelabro ebraico accanto ai simboli natalizi della cultura maggioritaria, mette in evidenza la necessità per noi di diversificarci e di affermare l’importanza della nostra cultura. Questo non significa rigettare quella degli altri popoli, ma accettare in maniera selettiva, senza abbandonare la nostra identità. In questo modo noi rendiamo attuale l’antico valore di questa festività: la rivolta dei Maccabei che si ribellarono al processo di assimilazione è la lotta che ognuno di noi fa nella quotidianità della diaspora.
A questo proposito, vorrei aggiungere il concetto di ebraicità, tratto dalla biografia di Golda Meir: “Non si tratta, a mio giudizio, di osservanza e pratica religiose, essere ebreo significa e ha sempre significato, secondo me, sentirsi fieri di appartenere a un popolo che ha mantenuto la propria particolare identità per oltre duemila anni, nonostante le sofferenze e i tormenti inflittigli. Coloro i quali non sono stati in grado di resistere e hanno tentato di rinunciare alla loro ebraicità, l’hanno fatto, sempre a mio giudizio, a spese della loro identità di fondo, impoverendo grandemente se stessi”.


CHANNUKKAH A SAN NICANDRO GARGANICO, 6 dicembre 2015



Domenica 6 dicembre a San Nicandro Garganico è stata accesa pubblicamente, tra l’entusiasmo dei presenti, la prima luce della festa di Channukkah. Per l’evento sono giunti da Napoli alcuni membri della sede centrale della Comunità per condividere con i Sannicandresi un momento di vita ebraica: tra questi il Presidente Lydia Shapirer, i Consiglieri Gabriella Abbate e Ciro Moses D’Avino. Era anche presente un folto gruppo giunto da Milano dell’associazione Progetto Kesher, guidato da Rav Roberto Della Rocca e dal Consigliere della Comunità di Napoli Mimmo Pagliara. L’organizzatrice del gruppo Paola Boccia ha programmato come viaggio di quest’anno la visita alla Puglia ebraica, e una delle tappe della prima giornata è stata San Nicandro.
Alla funzione nella piccola sinagoga traboccante di persone è seguita l’accensione della Channukkiah davanti ai locali comunitari. L’atmosfera già carica di gioia ha raggiunto il suo apice quando, dopo i canti tradizionali, le donne sannicandresi hanno offerto un ricco rinfresco a tutti i presenti con dolci della tradizione ebraica e pugliese.
Grazia Gualano, guida della piccola comunità, nel suo intervento si è soffermata sulla necessità per questo piccolo gruppo di ebrei meridionali di non sentirsi abbandonati a loro stessi ed ha auspicato che simili momenti di incontro possano verificarsi periodicamente.
L’atmosfera che si respira a San Nicandro è pervasa da un entusiasmo straordinario. Noi ebrei meridionali, in quanto parte integrante della comunità del sud Italia, dobbiamo collaborare perché l’entusiasmo non si raffreddi ed è questo il motivo della nostra presenza in questo giorno di festa. Nel piccolo centro ebraico esiste una spiritualità pura e sincera: è davvero commovente la determinazione dei nostri correligionari sannicandresi nel volere osservare meticolosamente le mitzvot, senza a tutti i costi eccessivamente apparire, ma con la semplicità e la genuinità del mondo rurale dal quale provengono.
Se si è potuta realizzare questa splendida foto di gruppo è grazie al lavoro ed alla volontà di noi tutti che con perseveranza e sacrificio cerchiamo di concretizzare il progetto di rinascita dell’ebraismo meridionale. Siamo venuti ad assistere insieme ai nostri fratelli pugliesi all’accensione pubblica della lampada di Channukkah per affermare in piena libertà la nostra unicità, concetto fondamentale e vincente dell’ebraismo.
Per concludere, il 6 dicembre è stata una giornata meravigliosa, ricca di emozioni e carica di genuina spiritualità, che si è fissata nella nostra memoria come l’immagine di una splendida tela.