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domenica 15 maggio 2016

L'ANTICA SINAGOGA DI NAPOLI di Ciro Moses D'Avino




La presenza ebraica nella città di Napoli è di antica memoria; la sua popolazione doveva essere alquanto consistente, dal momento che risiedeva in più aree cittadine. Al primo nucleo stabilitosi in vicus iudaeorum, denominato successivamente vico Spogliamorti e attualmente conosciuto come vico Limoncello, nei pressi di Porta San Gennaro, si aggiungevano l'area di Forcella conosciuta col toponimo di Giudecca Vecchia e la zona di Patrizzano a Porta Nuova denominata Giudecca Nuova che partendo dalle rampe di San Marcellino si estendeva fin quasi all'odierna piazza Nicola Amore per raggiungere verso sud la cinta muraria lato mare.
La giudecca di Porta Nuova venne costituendosi intorno al VII secolo; la zona era collegata a piazzetta Nilo, che già nel periodo romano era abitata da genti di origine asiatica. È proprio in quest'area cittadina che gli ebrei napoletani diedero la loro disponibilità a difendere una parte della cinta muraria durante l'assedio posto da Belisario alla città nel 537 e.v., molto probabilmente proprio perché in quest’area urbana vi erano le abitazioni e gli edifici comunitari.
In un documento del 984 viene menzionata la presenza di una sinagoga attigua a un bagno pubblico ai piedi dell'altura di Monterone, ossia le rampe di San Marcellino, in prossimità della cinta muraria presso il mare: da ciò possiamo dedurre che questa sinagoga doveva essere un luogo di culto già in epoca antica, dato che la normativa bizantina prevedeva fin dal secolo V il divieto di costruire nuove sinagoghe. Molti sono gli indizi per identificare questa sinagoga nell’attuale chiesa di Santa Caterina Spina Corona, conosciuta un tempo come Santa Maria della Purificazione.
La confisca alla comunità ebraica avvenne nel 1290, quando la Sinagoga Grande della città di Napoli venne trasformata in chiesa prendendo il nome di Santa Caterina Spina Corona o, come veniva chiamata dal popolino, la chiesa delle “zizze”, in quanto sulla facciata venne posta una fontana, ancora in situ, dalla quale dai seni della sirena Partenope sgorgava l'acqua di una sorgente,
la stessa che alimentava il mikveh, il bagno rituale presente all'interno dell'edificio sinagogale, ad uso esclusivo delle donne. Come vedremo, i resti del mikveh sono ancora riconoscibili all'interno dell'edificio.
L'antica sinagoga fu trasformata in casa per catecumeni, in cui venivano recluse le donne ebree convertende al cristianesimo. Nel 1500 questo educandato femminile, noto con il nome di “figliole di Santa Caterina”, per volontà del viceré Don Pedro da Toledo fu spostato nell'ospedale del complesso di Sant'Eligio presso piazza Mercato.
Santa Caterina Spina Corona alla Giudecca ha mantenuto nel tempo l’aspetto inusuale della sua
struttura interna, almeno come chiesa cattolica. Infatti sono da riconoscere ancora le tracce del mikveh in un ambiente rettangolare di modeste dimensioni posto in fondo all'unica navata e alla sua destra. L'ambiente è al di sotto del piano di calpestio dell'edificio, presentando tre gradini, ciò che resta dell'antica rampa della vasca ad uso di mikveh, quasi interamente interrata anche se ancora ben riconoscibile; sulla parete in fondo e al di sopra della vasca sono presenti due condotti che servivano per incanalare l'acqua piovana.
All'interno dell'edificio sono presenti due stanze laterali ammezzate che normalmente nelle sinagoghe più antiche erano ad uso esclusivo delle donne, che potevano seguire la preghiera separatamente dagli uomini, senza essere viste. Le donne accedevano alla parte loro riservata attraverso un ingresso secondario attualmente murato (ma che era ancora visibile quando è stato fatto il primo sopralluogo del 2014 insieme al Rav Scialom Bahbout) e una stretta scala probabilmente di epoca coeva, che le portavano sia alle stanze da cui seguivano la funzione liturgica sia al mikveh, senza che occhio indiscreto potesse notarle.
La sinagoga si presenta di pianta quadrata e vi si accede attraverso la lunga rampa di scale che è al di sotto del livello della strada. Questa caratteristica si trova anche in altre sinagoghe di epoca antica, come nella sinagoga di Praga del 1270, la Shul “Vecchionuova”, considerata la più antica d'Europa: questo per adempiere ad un passo delle scritture dove viene detto “dalle profondità
della terra si alzeranno le preghiere verso l'altissimo … dal profondo a te grido o Signore; Signore
ascolta la mia voce...” (salmo 129).
Sul portale un’antica iscrizione in ebraico, ormai quasi completamente erosa, forse la stessa cui faceva riferimento il Ferrorelli nella sua pubblicazione sugli ebrei dell'Italia meridionale. Negli anni '80, quando studente iniziai le mie ricerche per verificare se ancora esistevano tracce dell’antica presenza ebraica a Napoli, le lettere erano ancora visibili (scattai pure delle foto) ma purtroppo con il passare del tempo sono andate perse.
La sinagoga di Spina Corona è di grande importanza storica, in quanto le sinagoghe d'Europa più antiche che hanno conservato la loro struttura originaria sono solo due, ed entrambe del 1200: quella di Praga, la Shul Vecchionuova, e quella di Trani, da pochi anni restituita alla Comunità Ebraica.
Il mio lavoro vuole mettere in luce l'importanza storica ed architettonica dell'edificio sinagogale che sembrerebbe il più antico d'Europa. Un tale bene storico rinforza maggiormente l'immagine di Napoli come città d'arte tra le prime in Europa ed evidenzia il primeggiare nella durata dei siti storici di Napoli, a dispetto persino della forte sismicità della zona.
Ma la chiesa di Santa Caterina Spina Corona non era il solo sito sinagogale presente nell'area. Nel 1153 l'ebreo Achisamaq figlio di Marie et Munde acquistò dal convento di San Marcellino due locali nella zona di Patrizzano in cambio di 4 moggi di terra ubicati in vicus iudaeorum (vico Limoncello) con la facoltà di impiantare una piccola sinagoga e un Bet Midrash, ossia una scuola rabbinica.
Per tutto il 1200 altri ebrei continuarono a stabilirsi in questa zona. Tra essi presero residenza nel 1246 Mele Sacerdote e sua moglie Regina con i loro figli Abramo, Gaudio e Scolo: questa famiglia fece costruire a sue spese un mikveh ad uso della sinagoga. Dei locali è rimasta una traccia storica, in quanto erano ubicati di fronte alla chiesetta di San Renato alla base delle rampe di San Marcellino; la chiesetta venne successivamente assorbita dal complesso monastico di San
Marcellino quando venne ampliato nel 1500. La piccola sinagoga si presenta a pianta quadrata e la
sua struttura architettonica è quanto mai semplice; il portale marmoreo è di periodo romano e fa
supporre il riutilizzo del materiale esistente in loco o il riadattamento di una struttura di quel periodo, infatti in questa zona sono stati ritrovati molti reperti di edilizia romana databili tra il I secolo a.e.v. e la prima metà del I secolo e.v.
La sinagoga è fiancheggiata da un locale coevo, oggi adibito a caffè, che si presenta a pianta rettangolare, presumibilmente il luogo adibito al Bet Midrash. Dall’interno del locale una stretta scalinata in tufo porta all’ambiente sottostante, che si presenta come una sala rettangolare divisa in due sezioni da un arco di tufo. La prima era utilizzata dalle donne per prepararsi al bagno; sicuramente dei gradini permettevano il passaggio alla seconda sezione aldilà dell’arco, in quanto la sala anticamente doveva trovarsi ad un livello più basso dell’attuale, per essere successivamente riempita con i materiali di risulta provenienti dall’abbattimento degli edifici adiacenti alla piazza di Porta Nuova durante i lavori di risanamento. Tutto questo non ci permette di comprendere se il mikveh consistesse in una grande vasca rettangolare o se invece fossero presenti diverse vasche singole, come nel mikveh ritrovato a Siracusa.

Per quanto concerne l’iniziativa da me promossa per la restituzione dell’antica sinagoga, la chiesa di Santa Caterina Spina Corona, tutto è partito da un incontro privato avvenuto nel febbraio 2012 a Napoli nei locali della Curia, tra l’allora Rabbino Capo Scialom Bahbout e il Cardinale Crescenzio Sepe, presente io stesso. Successivamente, nella sua visita alla Comunità Ebraica, il Cardinale aveva affermato la disponibilità da parte della Chiesa a restituire il bene in comodato d’uso alla Comunità. 




martedì 10 maggio 2016

OR LAMISHPACHOT A NAPOLI di Ciro Moses D'Avino




Il 22 marzo è giunto in visita a Napoli un gruppo di 60 Israeliani, tutti genitori di giovani soldati caduti nell’ultima guerra di Gaza. Queste famiglie sono supportate dall’organizzazione israeliana Or Lamishpachot, il cui compito è quello di seguire i genitori che hanno subito un così grande dolore, per cercare di mitigare l’impatto del trauma e ricondurli ad una vita normale, coinvolgendoli in una serie di iniziative come viaggi all’estero. Il loro capogruppo Arie Tzipi, persona quanto mai simpatica e gioviale, allietava il gruppo con le note del suo flauto, cullandoli con le dolci melodie della tradizione musicale ebraica.
Due nostri correligionari, guide accreditate e quanto mai valide, Claudia Campagnano e Roberto Modiano, li hanno accompagnati in una visita agli scavi di Ercolano prima di condurli alla sede della nostra Comunità per il pranzo. C’erano ad attenderli, oltre al Rav Umberto Piperno, la presidentessa Lydia Schapirer e il consigliere Ciro Moshé D’Avino. Tutto questo si è potuto realizzare grazie ad un’intensa collaborazione tra le Comunità di Roma e Napoli.
Un momento veramente commovente si è avuto durante il pranzo quando, nel corso delle presentazioni e dei ringraziamenti ai membri della Comunità che avevano collaborato all’evento, Rav Umberto Piperno ha menzionato il consigliere Moshé D’Avino. Subito due genitori sono sbiancati: essi pensavano di essere gli unici Davino in Israele e il loro figlio, caduto a Zuk Eitan nei pressi di Gaza nel 2014, si chiamava Moshé Davino (Moshiko). La madre del ragazzo si è alzata in piedi ed ha lodato D-o Benedetto per aver dato al popolo ebraico un altro Moshé Davino che continua l’opera del figlio morto. La famiglia sefardita è originaria del Kurdistan siriano, attualmente vive a Gerusalemme ed è rimasta sorpresa dell’esistenza di questo cognome in Italia. Rav Umberto Piperno ha sottolineato che a Napoli si è verificato un miracolo di Purim, dando la speranza a questi genitori che il loro cognome non scompaia da quello delle famiglie della casa di Israele.
La giornata intensa e indimenticabile si è chiusa in leggerezza ed allegria con un concerto di brani di musica napoletana e di musica classica eseguite dal nostro iscritto Alessandro Parfitt accompagnato dai suoi amici, giovani studenti nel Conservatorio di Napoli.


mercoledì 27 aprile 2016

I PIATTI PER IL SEDER DI PESACH Collezione D'Avino


Presentiamo alcuni piatti per il Seder facenti parte della Collezione D'Avino.

Piatto in porcellana, 1960 ca, Israel





Piatto in porcellana, particolare



Piatto in rame argentato, anni '40-'50, Israel

Piatto in metallo argentato, anni '40-'50, Israel

martedì 29 marzo 2016

PURIM A NAPOLI di Ciro Moses D'Avino



 
Quest’anno grande festa di Purim per gli ebrei di Napoli: per la prima volta, da tanti anni, non si vedeva una così ampia partecipazione di iscritti. È stata per molti un’emozione indimenticabile e questo grazie alla straordinaria ufficiatura organizzata da Rav Umberto Piperno, coadiuvato dai madrichim Ariel Limentani e Dana Dell’Ariccia, dal Maskil Ariel Finzi e dalla sua famiglia.
Già la prima sera vi è stata una maggiore partecipazione di pubblico, se paragonata agli anni precedenti, tanto da poter avere abbondante Minian: cosa inaspettata e considerevole, scusatemi l’ardire, visto che andando a ritroso nei miei ricordi posso dire che era ben difficile che ciò si realizzasse in una piccola comunità come Napoli, che conta circa 160 residenti. Il Maskil Ariel Finzi, in costume messicano, con tanto di sombrero e di poncho con Tzitzit, ha condotto la lettura della Megillat Ester con grande gioia e strepito dei presenti.
Il pomeriggio del giorno seguente, il 15 di Adar, Rav Umberto Piperno, giunto a Napoli accompagnato da alcuni ragazzi del suo tempio Bet Shalom, dava per noi uomini una sua particolare interpretazione della lettura della Megillat Ester, tratta dall’impostazione teatrale, variando la tonalità della voce in funzione dei diversi personaggi del racconto.
Ma l’intuizione capace di conferire maggior visibilità all’evento religioso è stata quella di attirare l’interesse degli ebrei napoletani dando al nostro Purim un valore particolare. In contemporanea alla lettura officiata nel tempio da Rav Umberto Piperno, in una sala della sede comunitaria avveniva ciò che ha reso eccezionale la festa. Nella circolare di Purim era stato inserito l’invito a tutte le iscritte della Comunità da parte della dott.ssa Tiziana Fiz, moglie del Maskil Ariel Finzi a partecipare a un evento privato tutto al femminile, presenziando alla lettura della Megillat Ester. La loro figliola Micol ha letto, alla presenza di un vasto pubblico femminile, le vicende della regina Ester. Questa idea originale, che sin dal principio aveva destato nella Comunità di Napoli interesse e qualche curiosità, si è trasformata in un grande successo. La straordinarietà e l’eccezionalità dell’evento ha fatto affluire nei locali della comunità più di 70 persone con la presenza di molti bambini.
Le signore e le bambine che hanno assistito alla lettura da parte dalla giovane Micol Finzi si sono sentite trasportate in un’atmosfera mistica, quasi magica: ai loro occhi la figura della regina Ester si materializzava nella bella fanciulla e la dolcezza del suo canto, in un ebraico perfetto, le cullava trasportandole da protagoniste in un evento del passato così importante della storia ebraica. Tutte le signore presenti sono rimaste estasiate da questa iniziativa, esperienza unica nel suo genere.
Questo evento, ha dato la possibilità di evidenziare l’importanza del ruolo delle donne all’interno dell’ebraismo ortodosso. La lettura delle Megillat Ester è infatti un’antica tradizione sefardita, Ashkenazita e italiana. Il Minian femminile è permesso nel caso in cui siano presenti esclusivamente donne; la presenza di un solo uomo (maggiore di 13 anni) invalida il tutto, rendendolo Pasul. Esistono anche Megilloth scritte appositamente per le donne ed una Berachà specifica nel caso di lettura femminile.
Micol Finzi ha avuto la costanza ed il merito di studiare con suo padre, Maskil Ariel Finzi, dall’età di nove anni e di essere in grado, a dodici anni, di leggere l’intera Megillat Ester in occasione del suo Bat Mitzvà. Micol, ormai diciassettenne, in questi anni ha già letto la Megillat Ester in un minian femminile nelle comunità di Torino, Milano ed ora Napoli.
La festa è poi continuata, come di consuetudine, con un sontuoso rinfresco a base delle tipiche prelibatezze culinarie legate alla festa di Purim e con la lotteria organizzata dalle signore dell’ADEI.


Micol Finzi: lettura della megillah delle donne